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Prodotti di origine animale
MIELE DELLA LUNIGIANA

MIELE DELLA LUNIGIANA
Lo sapevi che ...
Oltre che sostituto dello zucchero (ha un potere dolcificante e minori calorie),alle proprietà terapeutiche (antinfiammatorio, calmante della tosse, disintossicante, antiacido, cicatrizzante ulcerino, apporto di calcio per l’apparato osseo, antipertensivo, diuretico, ecc.), è utile anche per la cura dei capelli, per curare scottature solari, per combattere l’acne e le labbra screpolate.
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Prodotto
La denominazione di origine protetta "Miele della Lunigiana" è riservata alle due tipologie Miele di Acacia e Miele di Castagno.
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Assaggio

Miele di acacia: decisamente dolce, con leggerissima acidità e ’privo di amarezza. L’aroma è molto delicato, tipicamente vanigliato, poco persistente e privo di retrogusto.
Miele di castagno: persistente, con componente amara più o meno accentuata.

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Caratteristiche

Si definisce "Miele della Lunigiana" di Acacia, il Miele prodotto su fioritura di Robinia pseudoacacia L. e si mantiene a lungo liquido e limpido; può tuttavia presentare, nella parte finale del periodo di commercializzazione, una parziale formazione di cristalli, senza comunque arrivare ad una cristallizzazione completa.
Il sedimento del miele si presenta in genere povero di polline, con un numero di granuli di polline di acacia inferiore a 20.000/ 10 g. di miele.
Ha un colore molto chiaro, da pressoché incolore a giallo paglierino e un profumo leggero, poco persistente, fruttato/confettato, simile a quello dei fiori.
Si definisce "Miele della Lunigiana" di Castagno, il Miele prodotto su fioritura di Castanea sativa M. e si mantiene per lungo tempo allo stato liquido; può tuttavia presentare, nella parte finale del periodo di commercializzazione, una parziale ed irregolare cristallizzazione.
Il sedimento del miele si presenta ricco di polline, con un numero di granuli pollinici di castagno superiore a 100.000/ 1O g. di miele.
Ha un colore ambra scuro, spesso con tonalità rossastra e un profumo abbastanza forte e penetrante.
Il "Miele della Lunigiana" presenta un profondo legame con l’ambiente in tutte le fasi della sua produzione.
L’areale della zona di produzione è costituito da un unico corpo e corrisponde interamente al territorio dell’attuale Comunità Montana della Lunigiana i cui confini geografici coincidono quasi interamente con quelli naturali, costituiti dagli spartiacque montani che delimitano la Lunigiana dalle altre valli limitrofe.
Il "Miele della Lunigiana" è prodotto in un territorio complessivamente omogeneo caratterizzato da un ambiente naturale sostanzialmente intatto.
Il territorio lunigianese presenta un’ampia diffusione sul territorio di essenze arboree spontanee e coltivate, di Castagno e di Acacia che garantiscono, come si evince da studi scientifici, produzioni costanti e uniformi e fioriture tali da consentire importanti produzioni, sicuramente monofloreali e competitive per le caratteristiche organolettiche.
La predetta connessione con l’ambiente determina un prodotto peculiare, le cui particolari caratteristiche distinguono tuttora il Miele di Castagno e di Acacia prodotti in Lunigiana rispetto ai mieli analoghi di altre zone.

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Come si ottiene

Gli alveari di produzione possono essere "stanziali", cioè permanere per l’intero arco dell’anno nella stessa postazione, o "nomadi", ma con spostamenti entro il territorio descritto dal disciplinare di produzione per tutto il periodo delle fioriture interessate; le postazioni devono essere comunque localizzate nell’ambito del territorio stesso.
In ogni caso all’inizio del raccolto i melari utilizzati devono essere rigorosamente vuoti.
Gli alveari destinati alla produzione sono condotti secondo le seguenti indicazioni:
- le famiglie devono essere contenute in arnie razionali, cioè a favi mobili e a sviluppo verticale;
- gli alveari devono essere sottoposti alle misure profilattiche e agli interventi terapeutici necessari al preventivo contenimento delle malattie secondo le disposizioni del Servizio Sanitario Nazionale;
- l’eventuale nutrizione artificiale deve essere sospesa prima della posa dei melari e comunque deve essere effettuata solo con zucchero e acqua;
- i favi dei melari devono essere vuoti e puliti al momento dell’immissione nell’alveare e non devono avere mai contenuto covata; al momento dell’immissione dei melari bisogna utilizzare l’escludi regina o altro idoneo strumento per evitare l’ovideposizione nel melario;
- il prelievo dei melari avverrà dopo che le api saranno state allontanate dagli stessi con un metodo che preservi la qualità del prodotto (ad es. con apiscampo o soffiatore); è vietato l’uso di sostanze repellenti.
Per beneficiare della Denominazione di Origine Protetta il miele deve essere estratto e lavorato con le seguenti modalità:
- i locali destinati alla smielatura, lavorazione e conservazione del miele devono ricadere nell’ambito territoriale di produzione e rispondere alle norme legislative vigenti;
- tutta l’attrezzatura utilizzata per la smielatura, conservazione, lavorazione del miele deve essere fatta di materiale per uso alimentare e previsto dalla vigente normativa comunitaria e nazionale;
- l’estrazione deve essere fatta con smielatori centrifughi;
- la filtrazione deve essere fatta con filtro permeabile agli elementi figurati del miele; successivamente alla filtrazione il Miele deve essere posto in recipienti per la decantazione;
- ove si renda necessario riscaldare il Miele a fini tecnologici (trasferimento, invasettamento, ecc.) il trattamento termico deve essere limitato al tempo effettivamente necessario per le operazioni suddette e la temperatura del prodotto non deve mai superare i 40° C.
Il periodo di raccolta è:
Miele di acacia a partire dalla seconda metà di maggio; Miele di castagno dalla seconda metà di giugno alla prima metà di luglio.

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La storia

Le prime notizie certe sull’apicoltura in Lunigiana le possiamo ricavare dai libri dell’Estimo generale dell’anno 1508 della Comunità di Pontremoli, che è la prima fonte di informazioni dopo la completa distruzione e l’incendio della città ad opera dell’esercito di Carlo VIII (1470-1498), con perdita di tutti i documenti precedenti.
Da questo Estimo risulta che già in quel periodo l’apicoltura era considerata un’attività produttiva da reddito, tanto è vero che era prevista una tassa per ogni alveare posseduto.
Gli alveari censiti in quell’anno erano 331; per avere un’idea dell’importanza della produzione di miele, basta confrontarla al numero di capi di bestiame censiti: 447 mucche, 15 asini, 32 cavalli, 41 maiali ecc.
L’apicoltura sembra essere nella zona un’attività specialistica in quanto era diffusa la pratica della conduzione degli apiari per conto terzi (quos tenet abeo).
Infatti i proprietari dei 331 alveari erano prevalentemente le famiglie ricche di Pontremoli, che li facevano custodire e condurre, con forme d’affitto o altro, agli abitanti dei paesi circostanti. Questi allevavano quindi alveari non solo per conto proprio, ma anche ’per famiglie di Pontremoli" oltre che, secondo gli stessi Estimi, per le chiese del territorio.
Per fare un esempio troviamo che, nel paese di Arzelato, le famiglie residenti erano 15, le mucche 2, gli alveari in proprietà 2, più 19 gestiti per le famiglie di Pontremoli, mentre a Careola le famiglie residenti erano 31, le mucche 3, gli alveari 44, tutti gestiti per famiglie di Pontremoli.
Dall’analisi complessiva di questi dati si deduce che, in molti paesi, la maggior parte delle famiglie possedeva più di un alveare e che alcune famiglie avevano 14-20 alveari, dimostrando quanto fosse diffusa e radicata, già a quel tempo, la pratica dell’apicoltura nel territorio della Lunigiana.
Facendo un esame dei siti in cui venivano posti i bugni si osserva il fatto che essi coincidono ampiamente con le postazioni oggi più utilizzate per gli apiari, dimostrando che già allora si era capito quali erano le zone migliori e più redditizie.
L’importanza e lo spazio dell’apicoltura all’interno delle attività rurali in Lunigiana è confermata anche negli Estimi successivi a quelli del 1508. Da questi estimi si ricavano ulteriori notizie sull’utilizzazione dei prodotti dell’alveare: il miele veniva usato come dolcificante, come materia prima per dolci e come medicinale; la cera come materia prima per la costruzione di candele, che venivano preparate con un metodo che è arrivato quasi .inalterato fino ai giorni nostri.
Il procedimento si basa sul riempimento di canne con cera fusa dopo avervi disposto lo stoppino.
Dai libri parrocchiali si può vedere che compiti specifici delle cosidette “fabbricerie" delle parrocchie erano sia approvvigionarsi della cera per le candele sia provvedere alla loro fabbricazione e questo avveniva in stretta relazione con il territorio di cui l’ apicoltura era una parte importante.
Anche gli Statuti delle varie Comunità e gli Usi Civici confermano l’importanza dell’attività apistica in Lunigiana. In essi vengono regolamentati, con grande meticolosità e precisione, il recupero degli sciami vaganti, la collocazione dei bugni sul territorio ed altre operazioni di conduzione degli apiari, a testimonianza della consapevolezza del valore dell’apicoltura.
Era regola che il proprietario di uno sciame avesse a disposizione 24 ore di tempo per il recupero, dopodiché il proprietario del terreno, su cui eventualmente si fosse fermato lo sciame, aveva la possibilità di recuperarlo ed entrarne in possesso.
Documenti giudiziari del ’700 testimoniano di dispute in tribunale per il furto di alveari.
In un documento del Comune di Pontremoli risalente al periodo napoleonico denominato "Stato informativo sugli alveari da miele e loro prodotti durante l’anno 1813", si rileva un elevato numero di alveari esistenti (800 bugni), con una produzione che ammontava a 2.000 Kg per quell’anno, con un mercato di miele che riguardava non solo l’ambito locale. Il documento fa riferimento ad una vendita 1.600 Kg di miele a Chiavari da parte di mercanti pontremolesi che acquistavano miele anche dai comuni limitrofi a Pontremoli.
Lo stesso documento dà notizia dell’esistenza di una cereria a Pontremoli annotando che il consumo locale di cera è molto più alto della raccolta.
Dopo pochi anni nel 1852 il numero delle fabbriche di cera era salito a due: una di tale Nicola Albertosi e l’altra del Cav. Senatore Luigi Bocconi. Lo si desume da documenti prodotti in seguito ad un’indagine del Ducato di Parma e Piacenza nel Comune di Pontremoli sulle "fabbriche, officine e stabilimenti".
Nell’Atlante geografico, fisico e storico del Granducato di Toscana di Attilio Zuccagni Orlandini (1784-1882) del 1832, nella "Tavola geografica, fisica e storica della Val della Magra" viene sottolineato come nel circondario pontremolese gli alveari fossero tenuti molto in conto.
E’ interessante far notare che per nessuna altra zona della Toscana si usano per l’apicoltura gli stessi termini positivi che si usano per il Pontremolese.
Ad ulteriore testimonianza dell’importanza e del diffuso uso del miele nella zona va ricordato che nei ricettari di pasticceria del Cepellini (1850), che ha raccolto le varie ricette originarie, e che ancora oggi sono un punto di riferimento per gli operatori del settore, il miele figura come ingrediente fondamentale del dolce tipico della Lunigiana, la Spongata
Nel 1873 si costituisce a Pontremoli una Società Apistica Pontremolese che aveva come scopo fondamentale "impartire e diffondere il più possibile l’apicoltura razionale nella Lunigiana". In Lunigiana la tradizione della produzione di miele e prodotti dell’alveare si è quindi perpetuata con continuità nei secoli ed anche ai giorni nostri il fatto che un miele provenga dalla Lunigiana è percepito come un fatto positivo e il "Miele della Lunigiana" si è affermato ed è largamente conosciuto con questo nome.
Le grandi risorse nettarifere e la qualità del miele fanno della Lunigiana una zona fortemente vocata tanto che la pratica dell’apicoltura, oltre che dagli apicoltori residenti in zona, è largamente praticata da apicoltori provenienti da altre zone e regioni italiane (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna), sia in forma stanziale sia sottoforma di nomadismo.
Va considerato che l’attività di nomadismo è svolta in genere da aziende professionali che vedono nelle risorse nettarifere lunigianesi un fattore di qualità per il proprio miele e un elevata produttività.
Nel mese di ottobre del 2004 ha ottenuto la certificazione DOP.

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Scheda tecnica
Origine
La zona di produzione, trasformazione, elaborazione e condizionamento del "Miele della Lunigiana" di acacia e di castagno è costituita dalla parte di territorio della provincia di Massa Carrara individuato nei seguenti Comuni: Pontremoli, Zeri, Mulazzo, Tresana, Podenzana, Aulla, Fosdinovo, Filattiera, Bagnone, Villafranca in Lunigiana, Licciana Nardi, Comano, Fivizzano e Casola in Lunigiana.

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Tipologia
Miele di Acacia e Miele di Castagno. Sono consentite esclusivamente confezioni in vetro con chiusura twist-off nei seguenti formati: da 30 g a 1000 g. Il confezionamento del prodotto deve avvenire nell’ambito della zona di origine.

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Utilizzo
In purezza, su crostini di pane e burro, come accompagnamento di formaggi, come ingrediente di primi e secondi, per la preparazione di dolci quali Panforte e Cantucci al miele o la tradizionale Spongata Lunigiana al miele.

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Valori Energetici
Valori nutrizionali per 100 grammi di prodotto: Acqua g. 18 Glucidi disponibili g. 80,3 Energia Kcal. 303 Potassio mg. 51 Ferro mg. 0,5 Fosforo mg. 6 Calcio mg. 5 (Vitamine B2, PP, C)

Indirizzi Utili
CONSORZIO DI TUTELA DEL MIELE DELLA LUNIGIANA D.O.P.
c/o Comunità Montana della Lunigiana - Piazza A. De Gasperi 54013 FIVIZZANO (MS)
Tel.Presidente Andrea Guidarelli (+39) 328 7157720
http://www.mieledellalunigiana.it
mieledellalunigianadop@yahoo.it
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